Seguendo le indicazioni delle più recenti politiche comunitarie, lo sviluppo quali-quantitativo delle produzioni agricole dovrà obbligatoriamente svilupparsi lungo un percorso virtuoso, basato su fattori di produzione affidabili e certificati, come pure sulla tracciabilità dei processi.

Aspetti come la sostenibilità delle produzioni e la loro integrazione con l'ambiente, assieme alle richieste delle filiere condizioneranno sempre più le scelte imprenditoriali degli agricoltori italiani.

Il successo dell'agrobusiness nazionale dipenderà quindi in gran parte dalla capacità dei produttori di operare in ottemperanza di precise regole normative ed indicazioni tecniche.

D'altro canto però, sul comparto produttivo agricolo pesa una grande responsabilità, dal momento che secondo stime ufficiali della Fao l’offerta di prodotti agricoli dovrà aumentare del 70% nel corso dei prossimi  40 anni per fare fronte all’aumento della popolazione mondiale e ai cambiamenti nelle abitudini alimentari di alcune aree del mondo.
Mettendo a coltura nuove terre, al momento lasciate incolte, potrà essere coperto solo il 10% di tale aumento. Il restante 90% non potrà che essere garantito da un aumento delle rese per ettaro.

La grande sfida del futuro sarà quindi basata sulla convivenza dei concetti di quantità e di qualità, concetti fra i quali non dovranno insorgere conflitti se si vuole fornire cibo a livello globale senza sacrificare la sua salubrità e senza squilibrare ulteriormente il rapporto fra agricoltura e ambiente.

Ecco perché la riforma comunitaria della Pac, attesa per il periodo 2014-2020, dovrà confrontarsi anche con questa sfida, mentre l’attività delle aziende sementiere e ancor di più delle figure che si occuperanno di ricerca varietale ricoprirà un ruolo centrale e strategico per raggiungere tale obiettivo.
Il progresso produttivo potrà essere assicurato solo dall'evoluzione della ricerca e dall’impiego di nuove varietà migliorate.


Pac: o certificate o niente

In passato, a partire dai primi anni ’90, la produzione di seme certificato e quindi la ricerca varietale sono state difese vincolando l’erogazione dei contributi Pac all’impiego del seme certificato.

Venendo oggi meno tali vincoli, sono emerse contrazioni nell’impiego di sementi certificate, favorito favorendo così il ricorso a sementi non certificate, aprendo la via a un concreto rischio di decadimento quali-quantitativo delle produzioni e nello specifico mettendo a repentaglio le filiere che operano su prodotti alimentari italiani di pregio come per esempio la pasta di semola nazionale.

Ora però la normativa nazionale è nuovamente cambiata. Con "Decisione di esecuzione" della Commissione del 25 novembre 2011 è stata approvata la modifica della misura di sostegno specifico per le attività agricole che apportano benefici ambientali aggiuntivi, di cui dall'articolo 68 del Reg. (CE) n. 73/2009. Tale modifica riguarda l'inserimento dell'obbligo di utilizzo di semente certificata per i produttori di frumento duro, che praticano l’avvicendamento nelle regioni del centro-sud a partire dalla domanda unica 2013. Sono esclusi i produttori che applicano il metodo biologico. Con recente circolare, Agea ha inoltre specificato che il quantitativo da utilizzare dovrà “essere corrispondente all’ordinarietà della pratica agronomica ed i quantitativi minimi da utilizzare compresi tra 160 e 200kg per ettaro”.




 

I benefici di questa decisione

Grazie al legame ricostituito fra contributi Pac e utilizzo di semente certificata, la filiera nazionale potrà avvantaggiarsi nuovamente di politiche funzionali allo sviluppo sostenibile delle produzioni.

L'adozione di sementi certificate concorre infatti alla sostenibilità ambientale delle produzioni agricole, dal momento che la certezza dell’identità del seme impiegato permette ridurre una riduzione degli input di fertilizzanti e agrofarmaci. Ciò implica anche una proporzionale diminuzione nelle emissioni di CO2 legate alla produzione di questo tipo di prodotti.

Anche la tracciabilità delle produzioni si avvantaggerà di questo nuovo assetto, rispondendo in modo puntuale alle moderne esigenze delle industrie di trasformazione, della grande distribuzione organizzata e in ultima analisi del consumatore.

Infine, le sementi certificate contribuiranno all’innovazione in senso lato delle filiere produttive e quindi alla loro competitività sia sul mercato nazionale che, soprattutto, su quello estero, ove le produzioni italiane s'impongono con maggiore facilità quando sono percepite come qualitativamente eccellenti.


Il ruolo del comparto sementiero

Alla luce dei nuovi orientamenti comunitari in materia di Pac, Assosementi ha individuato alcuni fronti di lavoro indispensabili al rafforzamento del comparto produttivo nazionale.

Circa gli accordi e i contratti di filiera, dovrà essere valorizzato e incentivato l’uso del seme certificato, alla luce del ruolo da esso detenuto nel qualificare le produzioni e assicurare la loro tracciabilità. Ciò rafforzerà il potere contrattuale dei produttori nei rapporti commerciali all'interno della filiera agroalimentare.

Uno dei pilastri fondanti di questo rafforzamento è costituito da un continuo processo d'innovazione. Un obiettivo questo che si raggiunge solo tramite un impegno costante nelle ricerca e nello sviluppo di nuove varietà.

Questo processo risulta però costoso e non può prescindere dalla raccolta dei diritti di proprietà intellettuale ipotizzando ad esempio l’adozione del vincolo per i produttori agricoli di dichiarare alle società sementiere le varietà impiegate.

Specificatamente sul segmento del grano duro, Assosementi considera questa coltura altamente strategica per le aree centro-meridionali del paese, in virtù del suo ruolo nel mantenimento dell'equilibrio socio-economico, nonché per l'elevato valore che possiede per l’industria agroalimentare italiana.